Cinque lezioni teatrali

LA VITA A ROVESCIO. L’adolescenza sotto l’assedio di Sarajevo

Terza lezione



Incontro con la drammaturga Emina Gegić, autrice del romanzo autobiografico Nero Sensibile, ed. Albatros (2020)

In queste ultime settimane il vento ha portato alla finestra nuovi profumi e il fresco al mattino pizzica le narici in modo nuovo. È l’inconfondibile segnale che la primavera è alle porte. Così ho pensato ai parchi di Bologna, alle passeggiate sui colli. Certo, non si può viaggiare di questi tempi, ma tra qualche mese forse avremo più libertà. E allora ho immaginato cosa mangerò di speciale durante le prossime festività e dove andrò quest’estate, cosa farò e chi sarò fra un mese o fra un anno. Viaggiare, poter gestire la propria vita, decidere come investire il proprio tempo; tutto questo per me è il risultato del benessere. E se non siete in questa condizione, allora vi ritrovate a vivere una vita a rovescio, come quella raccontata da Emina Gegić nel suo libro Nero Sensibile.
Vi racconto della lezione che ha tenuto.

Molti di noi, molti degli studenti che hanno seguito la terza lezione teatrale, sono nati dopo il 2000. In più, la storia degli anni ’90 non si studia se non al quinto anno di scuola superiore. Dunque, Emina ci ha delineato in primo luogo il contesto dell’ex Jugoslavia, in particolar modo della città di Sarajevo, in cui ha vissuto la sua adolescenza. E l’ha fatto non con il linguaggio scientifico e distaccato della Storia, ma dal punto di vista di una sopravvissuta. Emina Gegić è una sopravvissuta, che ha resistito, assieme a tutta la popolazione sarajevese, alle tragedie e ai crimini inflitti per quattro lunghi anni nella città, per mano degli assediatori. Poi abbiamo visto assieme un cortometraggio di Ahmed Imamovic, 10 minutes, per capire meglio l’atmosfera in quegli anni e in quei luoghi.

A questo punto ci si potrebbe domandare: come si può affrontare una situazione simile? Come possiamo sopportare un trauma? Come possiamo superare un periodo buio? Questi sono anche i quesiti dei nostri giorni. Sappiamo bene che ognuno di noi ha una sensibilità propria e reagisce in modo diverso, ma Emina ci ha dato uno strumento universale: l’arte. Arte per pensare, per cercare, per capire, per vivere e per sopravvivere. È stato lo strumento che ha usato Emina, assieme ai suoi compagni di Sarajevo, per trovare del bello tra le macerie, nascosti e al riparo dagli occhi degli assediatori. La loro è stata un’arte sotto forma di teatro, come un fiore che nasce nel cemento: incontenibile. Qualche studente ha confessato di essere più sensibile alla musica o alla letteratura. Questi sono solo i tantissimi punti di contatto che l’arte ci offre, strade diverse per accedervi.

Una lezione di storia, di arte, ma soprattutto di vita: questa è ciò che ci ha insegnato Emina.

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